2. Part II: Questa
terapia è clinicamente utile?
La sezione precedente
ha presentato una lista di criteri che i lettori possono
usare per differenziare studi che sono probabilmente validi
da quelli che non lo sono. Gli studi che non soddisfano la
maggior parte dei filtri metodologici vengono di solito ignorati. Questa
sezione considera come un terapista debba interpretare quegli
studi che soddisfano i filtri metodologici. Non è sufficiente
accontentarsi di un risultato statisticamente significativo. É necessario
che lo studio dimostri risultati che siano anche clinicamente
rilevanti, e che gli effetti positivi siano tanto grandi
che valga veramente la pena di effettuare quella terapia. Gli
effetti dannosi della terapia devono essere rari o di piccola
entità, cosicché la terapia produca un vantaggio
maggiore del danno. Da ultimo, la terapia deve avere
un buonn rapporto costo-beneficio.
E’ ovvio che per essere utile uno
studio deve ricercare un effetto clinicamente rilevante. Questo
significa che i risultati misurati siano quelli realmente
utili. In
generale, dato che di solito giudichiamo l’utilità di
un trattamento in base a quanto questo soddisfa i bisogni
dei pazienti, i risultati clinici da prendere in considerazione
devono essere quelli che hanno un senso per i pazienti stessi. Per
questo uno studio che mostra come la laserterapia a bassa
enrgia abbassi i livelli di serotonina è meno utile
di uno in cui si possa dimostrare che la laserterapia riduce
il dolore, ed uno studio che dimostra come l’esercizio
riduca la spasticità è meno utile di uno che
dimostri la sua capacità di ridurre la disabilità del
paziente.
La dimensione dell’effetto della
terapia è ovviamente
importante, ma spesso sopravvalutato. Forse perchè molti
lettori di studi clinici non tengono conto della distinzione
fra “significatività statistica” e “significatività clinica”. Forse
questo riflette l’ansia per il “p < 0.05” di
molti autori di studi clinici. La significatività statistica
("p < 0.05") si riferisce all'ipotesi che l’effetto
della terapia sia maggiore di quello che si può ragionevolmente
attribuire al caso. Questo è importante (abbiamo
bisogno di sapere se l’effetto osservato sia dovuto
al mero caso) ma non ci fornisce nulla in merito
alla dimensione di questo effetto. La migliore misura
della dimensione dell’effetto della terapia è la
differenza media fra i due gruppi. Così se un ipotetico
studio sull’effetto della mobilizzazione sul dolore
di spalla, misurato con la scala analogico visiva di 10cm, desse
una riduzione di 4 cm nel gruppo sperimentale e di 1 solo
cm nel gruppo di controllo, la nostra migliore misura dell’effetto
del trattamento sarebbe una riduzione di 3cm della scala
analogico visiva (4cm – 1 cm = 3 cm). Un altro
studio ipotetico sull'efficacia dello stretching prima
dell’attività sportiva
potrebbe riportare una incidenza di infortuni del 2% nei
soggetti nel gruppo dello stretching ed un 4% nel gruppo
di controllo. In questo caso l’evidenza è che
lo stretching riduce il rischo di infortunio del 2% (4 meno
2). I lettori di studi clinici devono considerare la
dimensione dell’effetto riportato per decidere se sia
suficientemente grande da essere clinicamente utile. E'
importante ricordare che i pazienti spesso vengono in terapia
per ottenere la guarigione (ovviamente questa generalizzazione
non è universalmente
applicabile in clinica) – la maggior parte di loro
non è interessata a terapie che abbiano effetti meramente
marginali.
C’è un’importante
aspetto della valutazione di un effetto terapeutico che riguarda
quegli studi i cui risultati sono misurati con variabili
dicotomiche (un risultato dicotomico può assumere
un solo valore dei due possibili, come vivo o morto, ferito
o non ferito, ammesso o non ammesso in casa di riposo; si
noti la differenza con altre variabili [dette variabili continue,
perché appunto variano
con continuità] come ad esempio la scala del’analogo
visivo, che può assumere qualunque valore tra 1 e
10). Molti studi con variabili dicotomiche riportano
gli effetti del trattamento in termini di ratios (rapporti),
piuttosto che di differenze. (Il rapporto è talvolta
chiamato “rischio relativo” o "odds ratio" o "hazard
ratio", ma può avere anche altri nomi). Espressi
in questo modo i risultati del nostro ipotetico studio sullo
stretching sarebbero riportati come una riduzione del 50%
del rischio di infortunio (il 2% e la metà del 4%). Di
solito l’esprimere gli effetti del trattamento come “rapporti” fa
apparire più ampio l’effetto della terapia. La
misura migliore è la differenza fra i due gruppi.
(Infatti la misura più usata è l’inverso
della differenza. Questa è chiamata "number needed
to treat" [NNT = numero di pazienti da trattare] perchè ci
dice, mediamente, quanti pazienti dobbiamo trattare per prevenire
un evento negativo - nell’esempio dello stretching
l’NNT è 1/0.02 = 50, così un infortunio è prevenuto
ogni 50 soggetti che sottoponiamo allo stretching)
Molti studi non riportano gli effetti
negativi della terapia (cioè gli “effetti
collaterali” o le “complicanze” della
terapia). È un vero peccato perchè il
mancato riferimento degli effetti indesiderati è spesso
interpretato come se la terapia non ne abbia, ma non è chiaramente
questo il caso. Glaziou and Irwig (BMJ
311: 1356-1359, 1995) hanno discusso sul fatto che
gli effetti della terapia sono usualmente più forti
quando riferiti a pazienti con condizioni più severe
(per esempio, l’aspirazione bronchiale produce una
maggiore riduzione del rischio d'arresto respiratorio in
pazienti traumatizzati cranici con ritenzione catarrale copiosa
piuttosto che in pazienti con ritenzione minima di catarro). Al
contrario, il rischio della terapia (in questo caso, l’aumento
della pressione intracranica) tende ad essere relativamente
costante senza dipendere dalla severità della condizione. Quindi
una terapia ha più benefici che danni quando applicata
a pazienti in gravi condizioni, ed i terapisti dovrebbero
essere più riluttanti nel portare una terapia con
potenziali danni se il paziente non è in gravi condizioni.
In pratica, è spesso difficile per gli studi clinici
rilevare gli eventi avversi, perchè questi tendono
ad essere infrequenti, e la maggior parte degli studi
non hanno campioni di tale entità da rilevare gli
eventi avversi quando accadono. Quindi, anche quando
sono stati condotti buoni studi sperimentali sull’efficacia
di una terapia, acquistano rilevanza gli studi ad ampio raggio
allo scopo di verificare che gli eventi avversi non avvengano
troppo di frequente. Fino a quando questo tipo di studi
non viene effettuato il terapista dovrebbe essere molto cauto
nell’applicare terapie potenzialmente dannose, particolarmente
in quei pazienti che non possono aspettarsi grandi risultati
dal trattamento.
Un ulteriore livello di sofisticazione
nella valutazione critica della letteratura riguarda alcune
considerazioni in merito alla misura della dimensione dell’effetto
di uno studio clinico. Gli studi sono costruiti su campioni
di soggetti, che ci si aspetta essere rappresentativi, di
una certa popolazione. Questo significa che il meglio
che uno studio può fornire è una stima (imperfettamente
precisa) della dimensione dell’effetto del trattamento. Gli
studi clinici su ampi numeri di soggetti forniscono stime
migliori (più precise) dell’effetto di un trattamento
rispetto a studi con un numero minore di soggetti. Idealmente
i lettori dovrebbero considerare il grado di imprecisione
della stima, decidendo sul merito del peso di uno studio, perché questo
spesso influenza l'ffidabilità delle conclusioni
di un particolare studio. Il modo migliore per farlo è di
calcolare gli intervalli di confidenza della misura che esprime
l’effetto del trattamento, se questi non sono esplicitamente
forniti dagli autori. [Una guida su come calcolare
ed interpretare gli intervalli di confidenza è in
corso di preparazione. Nel frattempo il lettore interessato
può consultare Sim, J and Reid, N. (1999). Statistical
inference by confidence intervals: issues of interpretation
and utilization. Physical
Therapy, 79, 186-195. I lettori
che hanno dimestichezza con gli intervalli di confidenza
possono trovare utile scaricare il calcolatore degli intevalli
di confidenza di PEDro premendo qui. Il calcolatore è in
formato di un foglio Excel (Excel versione 97 SR-2)].
L’ultima considerazione da fare
sull’utilità di
una terapia riguarda il decidere se essa ha un buon rapporto
costo-beneficio. Il dato assume una paticolare rilevanza
quando le cure sanitarie sono a totale carico o sono parzialmente
finanziate con denaro pubblico. Non ci saranno mai abbastanza
fondi da investire in tutte le innovazioni nell’ambito
della salute (probabilmente neppure se ci limitiamo alle
innovazioni utili). Il costo di una qualunque terapia
consiste quindi anche nel fatto che il denaro speso
per essa non potrà essere speso per altri interventi per
la salute. Un'assegnazione oculata delle risorse vuole
che si spenda dove il vantaggio è maggiore [in salute]
per la cifra spesa. Certamente
una terapia non può avere un buon rapporto costo-efficacia
se non è efficace. Al contrario, terapie efficaci
possono non avere un buon rapporto costo-beneficio. I
metodi usati per determinare il rappoto costo-beneficio sono
al di là delle competenze dell’autore, ed è probabilmente
meglio se rimando a fonti più autorevoli. Se siete
interessati potreste leggere:
Drummond MF, Richardson WS, O'Brien BJ, Levine M, Heyland
D (1997). User's guide to the medical literature: XIII. How
to use an article on economic analysis of clinical practice:
A. Are the results of the study valid? JAMA
277: 1552-1557.
O'Brien, BJ, Heyland D, Richardson WS, Levine M, Drummond
MF (1997). User's guide to the medical literature: XIII.
How to use an article on economic analysis of clinical practice:
B. What are the results and will they help me in caring for
my patients? JAMA
277: 1802-1806.
Riassumendo questa sezione, una significatività statistica
non equivale ad un utilità clinica.
Per essere utile
clinicamente una terapia deve:
· agire su risultati
clinici considerati rilevanti dal paziente
· avere una dimensione dell’effetto
tale da valerne la pena
· dare più beneficio che danno
· avere un buon rapporto costo-beneficio
Se volete ulteriori letture sulla valutazione
della grandezza di un effetto consultate:
Guyatt GH, Sackett DL, Cook DJ (1993). User's guide to the
medical literature: II. How to use an article about therapy
or prevention: B. What were the results and will they help
me in caring for my patients? JAMA
271: 59-63.
Altre due pubblicazioni (molto meno autorevoli)
sono:
Herbert RD (2000). How to estimate treatment
effects from reports of clinical trials. I: Continuous outcomes. Australian
Journal of Physiotherapy 46: 229-235.
Herbert RD (2000). How to estimate treatment
effects from reports of clinical trials. II: Dichotomous
outcomes. Australian
Journal of Physiotherapy 46: 309-313. |